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La Zes unica per il Mezzogiorno parte al rallentatore. In vigore dal primo gennaio scorso, la nuova Zona economica speciale che comprende 2.550 Comuni di otto regioni – Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia – è entrata nella fase operativa il primo marzo. Con una novità rilevante: la riperimetrazione. Si è passati da un’impostazione a macchia di leopardo, che puntava a favorire gli investimenti nelle aree portuali e retroportuali, a una zona ampia che comprende i territori delle otto regioni.

Due mesi per il piano strategico

L’istituzione dello sportello unico digitale, che dovrebbe velocizzare l’esame delle pratiche, non è coincisa, però, con l’avvio della macchina organizzativa. Per la piena operatività bisognerà aspettare aprile o forse più. Di certo, per ora, c’è il trasferimento alla Struttura di missione istituita a Palazzo Chigi delle funzioni che fino al 29 febbraio sono state esercitate dai commissari straordinari delle otto Zes. Per il Piano strategico, necessario per individuare le direttrici di intervento, ci vorranno tempi più lunghi, almeno due mesi.

Nel frattempo, sono già arrivate le prime domande: 91 al 12 marzo. A queste vanno aggiunte le pratiche, più di 200, il cui iter non è stato concluso dagli uffici delle vecchie Zes. Il rischio, adesso, è che i tempi di approvazione si allunghino. Le associazioni di industriali e imprenditori sono già in allarme. Il timore è di rendere vane le agevolazioni. Che per chi investirà nella Zes sono state potenziate, con l’obiettivo di combinare investimenti e sviluppo delle aree del Sud Italia. Si va dal taglio della burocrazia ai crediti di imposta. Questi ultimi saranno riconosciuti in misura differente in base alle aree di investimento: 15% in Abruzzo, 30% in Basilicata, Molise e Sardegna, 40 nelle altre regioni. Nella sola zona di Taranto, invece, l’aliquota sarà del 50%.

Il rapporto PwC

La situazione viene analizzata nel rapporto Dalle Zone economiche speciali regionali e interregionali alla Zes unica, messo a punto dalla società di consulenza PwC, che evidenzia luci e ombre dell’esperienza italiana. Le Zes sono presenti in tutto il mondo: se ne contano almeno 6 mila. Se ben strutturate, sono in grado di attrarre investimenti rilevanti, incidendo sul Pil del Paese.

Il caso più emblematico segnalato nello studio è quello cinese. Le Zes contribuiscono al 22% del Pil della Cina, attirando ogni anno il 46% degli investimenti diretti esteri e contribuendo al 60% delle esportazioni. A livello europeo, invece, l’esperienza di maggiore successo è quella della Polonia: 14 zone speciali che finora hanno attratto investimenti per 170 miliardi, contribuendo a creare 280mila posti di lavoro.

Gli investimenti in Italia

A questo modello guarda anche l’Italia con misure per favorire investimenti infrastrutturali e di carattere industriale nel Mezzogiorno. L’esperienza delle Zes regionali ha dimostrato che ad attrarre gli investitori sono soprattutto le procedure burocratiche semplificate. Nel passaggio alla zona unica, segnala il rapporto di PwC, la presenza di un solo Sportello unico digitale rischia di creare lungaggini, visto che si attende un numero elevato di domande.

Stesso discorso per il meccanismo del silenzio-assenso: secondo gli analisti di PwC, potrebbe portare a un’eccessiva semplificazione delle attività di controllo e di monitoraggio. Sarà fondamentale, inoltre, coinvolgere i territori. «Abbiamo salutato con favore la nascita di una zona economica speciale di tutto il Mezzogiorno – spiega Costanzo Jannotti Pecci, presidente di Confindustria Campania – Le perplessità e le preoccupazioni riguardano l’apparato tecnico-amministrativo: per far funzionare una macchina di queste dimensioni bisogna creare una struttura adeguata e favorire l’interlocuzione fra il centro le istituzioni dei territori di cui si vuole favorire lo sviluppo. Se guardiamo al passato, gli interventi della Cassa per il Mezzogiorno, a prescindere dal giudizio che se ne può avere, furono resi possibili grazie alla presenza di apparato tecnico-amministrativo dotato di grandi professionalità e competenze. Tocca al ministero e alle istituzioni locali provvedere in tal senso in tempi brevi. L’esperienza della Zes Campania, grazie al lavoro del commissario Giosi Romano, è stata positiva perché, pur in una logica diversa, che era quella dello sviluppo dei retroporti, ha permesso di realizzare interventi importanti. La transizione deve essere breve per non vanificare quanto fatto finora».

Le misure da adottare

Prendendo spunto dalle esperienze internazionali di maggiore successo, PwC suggerisce di adottare una serie di misure. Si va dalla semplificazione fiscale al rilascio del “bollino blu” per le imprese con determinati requisiti, a partire dalla certificazione Esg, fino alle agevolazioni sul costo del lavoro, con sgravi contributivi. Adesso, però, l’imperativo è passare alla fase operativa. E su questo le opinioni del mondo industriale sono concordi. «Nessun dubbio sul fatto che la Zes unica offra maggiori opportunità rispetto alle otto zone speciali – dice Salvatore Toma, presidente di Confindustria Taranto – Era necessaria una riperimetrazione delle aree e una ridefinizione dei canali di finanziamento. Il ministro Fitto ha fatto un buon lavoro, ma adesso è necessario definire l’assetto organizzativo. Dal primo gennaio è tutto fermo e c’è il rischio che gli investitori stranieri si dirigano verso le zone speciali di altri Paesi. L’attrattività delle Zes non è legata tanto ai crediti di imposta, quanto alle procedure burocratiche semplificate. Nella vecchia Zes jonica, per esempio, in soli 12 mesi è stato possibile realizzare e inaugurare un grande polo logistico della Conad. Se viene meno questo vantaggio, la Zes unica non sarà attrattiva».

 

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