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I Verdi non finiscono mai di stupire. Non parlo di quelli italiani, che dopo aver candidato e fatto eleggere al Parlamento italiano Aboubakar Soumahoro, stanno ora candidando Ilaria Salis a quello europeo. Chi li ha votati sarà contento. Io, ingenuo, non smetto mai di pormi, tra me e me, la domanda: possibile che in mezzo a oltre 50 milioni d’italiani maggiorenni non sappiano trovarne una manciata di “presentabili”? Detto a latere: il copyright della parola virgolettata non è mio, che sono poco uso ai moralismi, ma della giornalista Lucia Annunziata, che però – candidata del Pd, partito da sempre alleato coi Verdi – non si pone la stessa domanda in casa propria.

Ma, dicevo, stavolta ci interessano i Verdi tedeschi, che l’hanno combinata davvero grossa. La cosa è emersa lo scorso 25 aprile quando, in un articolo firmato da Daniel Gräber e titolato «Ecco come il partito dei Verdi ha ingannato sull’abbandono del nucleare», la rivista tedesca Cicero chiedeva al Ministero per l’Energia del proprio Paese il rilascio del carteggio relativo alla decisione del Parlamento – decisione incoraggiata dal governo e, in particolare, da quel ministero – di abbandonare il nucleare. A quanto pare, il parlamento fu ingannato dal governo; e non fu un errore, ma una deliberata alterazione e riscrittura di documenti ufficiali.  Naturalmente il ministro nega tutto, ma il ministro è tal Robert Habeck del partito dei Verdi, e i Verdi – non è più un mistero per nessuno – sono soliti negare tutto, anche l’evidenza.

Pur avendo avuto, negli anni passati, fino a 33 reattori nucleari operativi che, coi loro 30 gigawatt, soddisfacevano oltre un quarto del fabbisogno elettrico del Paese, i tedeschi hanno sempre avuto in casa una forte lobby antinucleare, rappresentata in particolare dal partito dei Verdi, i cui manifesti elettorali strillavano: «Usciamo completamente dal nucleare!». Sebbene finirono col conquistare seggi in Parlamento, nel 2009 Angela Merkel aveva fatto approvare l’estensione della vita dei reattori nucleari che, altrimenti, sarebbero stati dismessi. Poi, nel 2011, ci fu Fukushima, la cui fuoriuscita di radiazioni, pur non facendo prendere il raffreddore ad alcuno, fu mediaticamente pompata per esercitare pressioni sull’opinione pubblica per l’abbandono del nucleare. Merkel dovette rivedere la decisione precedente visto che un’ampia maggioranza in parlamento alla fine deliberò che le ultime centrali nucleari avrebbero dovuto essere spente alla fine del 2022.

All’inizio dello stesso anno, però, la Russia decideva di andare in soccorso della popolazione ucraina del Donbass che da ben 8 anni era oppressa dal proprio governo centrale, figlio di un colpo di Stato ordito nel 2014 da gruppi neonazisti decisi a far prevalere, anche con la violenza, l’etnia ucraina su quella russa. Come sappiamo, l’intervento che Vladimir Putin chiamava «Operazione militare speciale», in Europa è stato chiamato “invasione”, il che ha giustificato sia le sanzioni alla Russia sia la rinuncia alle forniture di gas naturale da essa. Senonché, in Germania, con la chiusura progressiva dei reattori nucleari cominciata 11 anni prima, la dipendenza dal gas russo era aumentata: con l’intera economia tedesca in braghe di tela, nel 2022 ci si chiedeva se non sarebbe stato il caso di mantenere in funzione il più a lungo possibile le tre centrali nucleari rimaste. Più facile a dirsi che a farsi: le pressioni dell’industria tedesca non riuscirono a posporre quella chiusura oltre la primavera del 2023.

E questo perché nel Rapporto del Comitato tecnico-scientifico (Cts) che era stato distribuito ai parlamentari si leggeva che «un’estensione del funzionamento delle tre centrali nucleari ancora in funzione oltre la data prevista del 31 dicembre 2022 non è compatibile con i requisiti di sicurezza» e, in effetti, col phase-out programmato da tempo, i Verdi al governo avevano omesso di eseguire i dovuti controlli di sicurezza. Ma c’era comunque un problema più grande: i proprietari non avevano ordinato nuove barre di combustibile, le quali, una volta ordinate, richiedono almeno un anno, prima di essere consegnate.

Però, quando il Parlamento decise di procedere con l’abbandono definitivo e totale, lo fece solo in nome della sicurezza, con nessun cenno alla mancanza delle barre di combustibile. In seguito alla richiesta della rivista Cicero, è invece emerso che il Cts aveva scritto che sarebbe stato ben possibile continuare a far funzionare «ancora per diversi anni» le centrali nucleari allora in esercizio, e che ciò sarebbe stato compatibile con i requisiti di sicurezza nucleare (a condizione, naturalmente, che fossero rapidamente ordinate nuove barre di combustibile).

Quel che accadde fu che qualcuno del Ministero a guida Verde aveva riscritto questo passaggio in modo che la versione finale diventò: «Un’estensione del funzionamento delle tre centrali nucleari ancora in esercizio oltre la data prevista del 31 dicembre 2022 non è compatibile con i requisiti di sicurezza».

L’opinione pubblica tedesca è ora imbufalita coi Verdi, e questi prenderanno una sonora batosta alle elezioni del prossimo mese. Essi hanno sostenuto che la graduale eliminazione dell’energia nucleare serviva a forzare l’espansione dell’energia solare ed eolica. Sono riusciti nel loro intento? Beh, certamente hanno installato una quantità spropositata di potenza eolica e fotovoltaica, ma alla fine il contributo di queste tecnologie al fabbisogno energetico del Paese è irrilevante: trilioni d’euro dei contribuenti gettati al vento! Sperare che ammettano i loro errori è, ovviamente, vano. Ma i tedeschi hanno aperto gli occhi e voteranno chiunque altro diverso dai Verdi.

Figura. Consumo d’energia primaria in Germania nel 2022. A dispetto delle centinaia di miliardi agate dai contribuenti per incentivare eolico e fotovoltaico, il contributo da queste tecnologie è inferiore al 15%, con l’aggravante che esse non aggiungono potenza al sistema: quando il sole non brilla o il vento non soffia, la potenza è zero.

Franco Battaglia, 10 maggio 2024

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