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L’Italia è sempre più in ritardo sul piano europeo: il 78% dei fondi non è stato ancora speso e l’inefficienza burocratica è uno dei problemi più gravi. Mentre dai territori arrivano storie di clamorosi sprechi ed errori

Monitorare l’avanzamento dei progetti finanziati con il Piano di Ripresa e Resilienza (Pnrr) è ancora difficile. C’è una piattaforma, Regis, che tiene traccia dei fondi già spesi, ma le informazioni non sono pubbliche. Qualche dettaglio trapela dai documenti che organi istituzionali pubblicano periodicamente. Secondo i dati forniti dal governo, al 31 dicembre 2023 le amministrazioni titolari dei fondi hanno speso complessivamente 43 miliardi di euro; 151,4 sono i miliardi che restano quindi da spendere entro il 2026, ovvero il 78% circa delle risorse totali.

 

Già a novembre scorso, l’Ufficio parlamentare di Bilancio (Upb) aveva comunicato che il 75% dei progetti Pnrr registrati su Regis risultava in ritardo rispetto alla tabella di marcia. Un ritardo da recuperare nel prossimo anno e mezzo, ma per cui neanche la revisione del Piano voluta dal governo Meloni risulta sufficiente.

 

La soluzione scelta dall’Italia per non perdere i fondi a lei destinati, infatti, è quella di spostare in avanti gli obiettivi da raggiungere, ma senza intervenire sulle difficoltà strutturali che impediscono la spesa e generano i ritardi: la mancanza di personale specializzato, per esempio, ma anche l’assenza di progettualità e la rigidità della macchina amministrativa italiana.

 

A dicembre 2021, Renato Brunetta, allora ministro della Pubblica Amministrazione, ha tentato di aiutare gli enti locali a spendere i fondi europei, assegnando alle varie Regioni mille esperti: professionisti incaricati di semplificare le procedure complesse e facilitare la spesa. Il progetto “1000 esperti” è stato il primo a essere finanziato con i soldi del Recovery e quello che doveva rendere possibili tutti gli altri. Adesso è invece uno dei simboli degli sprechi legati al Pnrr e sta portando alcune Regioni nelle aule di tribunale.

 

Renato Brunetta, già ministro della Pubblica Amministrazione

 

Per molti consulenti esterni agli enti pubblici, la chiamata di Brunetta è stata l’occasione per continuare le collaborazioni con la pubblica amministrazione dall’interno, senza passare per un concorso. Lo stipendio previsto era anche migliore di quello di un dipendente regionale: 85 mila euro netti l’anno.

 

Tra i professionisti che si sono candidati durante la prima fase di selezione, a dicembre 2021, c’è Francesco Caboni, esperto in contabilità pubblica e in rendicontazione dei fondi europei. La sua esperienza, come quella di altri esperti intervistati, conferma l’inerzia e l’improvvisazione che contraddistinguono l’attuazione del Pnrr.

 

Caboni viene assunto dalla Regione Sardegna per un anno, da gennaio a dicembre 2022, ma il suo contratto termina improvvisamente a un mese dalla scadenza dell’incarico. Il coordinatore di progetto sospetta che l’esperto abbia dichiarato il falso su alcune esperienze lavorative da lui segnalate in fase di candidatura. Il motivo della diatriba risiederebbe nella modalità di compilazione della candidatura presentata, per la prima volta, tramite InPa, il nuovo portale di reclutamento della pubblica amministrazione, dove i candidati possono creare un proprio curriculum digitale, inserendo i titoli di studio conseguiti e le esperienze lavorative. Non è richiesto di allegare nessun documento a supporto delle dichiarazioni. Caboni, seguendo il format pre-impostato del portale, riporta di aver lavorato in diversi momenti, tra il 2004 e il 2020, per il Centro regionale di Programmazione (Crp), un organo dalla Regione Sardegna. Per questi lavori, in realtà, il professionista non è stato incaricato direttamente dall’ente pubblico, ma tramite una società privata, la Cogea srl. «Il format di candidatura di InPa permetteva di segnalare le esperienze svolte presso la Pa anche tramite un’azienda privata, ma era possibile specificare solo il nome dell’ente pubblico (il Crp, ndr) e non della società terza», spiega a L’Espresso, Francesco Caboni. Eppure secondo la Regione Sardegna, lui avrebbe dichiarato il falso perché non risulta nessun contratto diretto con il Crp.

 

Caboni viene quindi sospeso in attesa di verifiche ulteriori. In questo periodo invia alla Regione tutta la documentazione richiesta per confermare le esperienze contestate, inclusa una dichiarazione dell’azienda appaltatrice. Al coordinatore di progetto non basta: «L’integrazione inviatami non cambia il fatto che non risulta alcun contratto di libero professionista con il Crp», scrive. Il contratto di Caboni viene quindi interrotto.

 

«Ho chiesto di valutare il mio curriculum togliendo le esperienze contestate, ma siccome sono stato assunto senza un punteggio, è stato difficile per loro dirmi quanto valevano quelle esperienze e se avevo ancora diritto a svolgere il mio lavoro», conclude il contabile. In tutta Italia, infatti, i mille professionisti sono stati assunti non sulla base di un punteggio in graduatoria, ma tramite criteri quali: anzianità, esperienze attinenti al ruolo per cui ci si candidava, ordine di arrivo dei curriculum.

 

La Regione Sardegna, durante la sospensione di Caboni, valuta l’operato degli esperti assunti: «La mia valutazione è stata pienamente soddisfacente, tranne che sull’aspetto del comportamento», spiega il professionista sardo. E infatti, nella relazione in questione è citata una dichiarazione del coordinatore di progetto, il quale specifica che «gli scritti e gli elaborati del professionista sono stati spesso connotati da asserzioni irrispettose e inveritiere sull’operato del sottoscritto, incrinando definitivamente il rapporto fiduciario, condizione necessaria per il permanere di una corretta e proficua collaborazione col sottoscritto e con l’Amministrazione di appartenenza». Secondo Caboni, il coordinatore non avrebbe apprezzato la sua richiesta di ottimizzazione del lavoro: «A marzo, tre mesi dopo l’inizio del progetto, non avevamo ancora iniziato a lavorare perché nessuno ci aveva detto cosa fare. Io ho solo chiesto di mettere in calendario le attività da svolgere, ma mi è stato risposto che la mia agenda non aveva importanza e che dovevo essere disponibile nei giorni e secondo le tempistiche decise dalla Regione», racconta a L’Espresso. Il caso è arrivato al Tribunale civile di Cagliari, dove l’esperto ha presentato un atto di citazione contro la Regione.

 

Il sospetto del professionista è che il suo allontanamento sia dovuto, più che a una mancanza di esperienza, alle sue richieste relative all’organizzazione delle attività. A confermare i dubbi c’è un’altra sua dichiarazione sul portale InPa: un lavoro identico a quello contestato, ma svolto per l’Agenzia per la Coesione territoriale, sempre tramite azienda privata, che in questo caso non viene contestata, anche se riportata sul portale nello stesso modo di quella presso il Crp e cioè senza citare l’azienda privata appaltatrice, ma solo l’ente pubblico per cui Caboni aveva lavorato.

 

 

Inoltre, in seguito a una richiesta di accesso agli atti successiva all’atto di citazione, l’esperto ha scoperto che la Commissione di Valutazione regionale, interpellata una seconda volta per valutare il valore delle esperienze contestate, ha confermato che: «Il professionista ha svolto la propria attività anche presso altri enti e la stessa si ritiene rilevante ai fini della sua positiva valutazione». Nonostante l’ulteriore parere positivo, l’ente regionale ha proceduto alla rescissione del contratto.

 

Anche in altre Regioni diversi esperti sono stati allontanati in seguito a contrasti con i propri coordinatori di progetto, che non sempre erano dirigenti regionali, ma a volte – come nel caso dell’Emilia-Romagna – erano colleghi di pari grado e retribuzione, assunti con lo stesso contratto, senza competenze manageriali.

 

Nella Regione di Stefano Bonaccini, quattro esperte assunte con le stesse modalità di Caboni sono state licenziate per «contributo non positivo al progetto», come riportato in una pec ricevuta dopo un questionario di valutazione sul loro operato. Le professioniste licenziate, in seguito a una richiesta di accesso agli atti, hanno scoperto che la loro valutazione era in realtà migliore di quella dei colleghi rinnovati.

 

Le Regioni non sono tenute a rinnovare obbligatoriamente i contratti. Il rinnovo è subordinato al raggiungimento dei risultati stabiliti, verificati tramite timesheet, un documento che i dirigenti responsabili devono approvare e firmare prima di pagare i professionisti. Esperti allontanati da regioni come Sardegna, Abruzzo ed Emilia-Romagna hanno confermato che i timesheet sono stati loro puntualmente controfirmati, a testimonianza del lavoro positivamente svolto.

 

Ma perché allontanare gli esperti che più sembravano voler svolgere in modo accurato il loro lavoro? La motivazione dei mancati rinnovi in Emilia-Romagna e in altre Regioni italiane potrebbe risiedere soprattutto nelle procedure di finanziamento tipiche del Pnrr.

 

Come molti altri progetti finanziati dal Piano, infatti, gli enti erogatori dei fondi, in questo caso le Regioni, devono anticipare i soldi necessari alla realizzazione della misura. Il rimborso viene poi erogato al raggiungimento dei milestone, che sbloccano le rate del Recovery che l’Europa versa all’Italia. Il timore di non raggiungere i target, e quindi di perdere i fondi, ha spinto le Regioni ad allontanare tutti quegli esperti che rischiavano di rallentare il conseguimento formale degli obiettivi. A confermare queste paure delle Regioni ci sarebbero anche le modifiche continue ai Piani territoriali regionali, che contengono i target da raggiungere, continuamente spostati al ribasso. Alla fine il progetto “1000 esperti” è stato depotenziato nei suoi obiettivi.

 

Nonostante questi sforzi da parte delle Regioni per non perdere i fondi, i dati caricati sulla piattaforma Regis – consultati grazie a una fonte interna – restituiscono un’immagine sconfortante del progetto. In Sardegna risultano spesi poco più di 743 mila euro nel 2023, e circa un milione e 300 mila nel 2022, per un totale di circa due milioni e 53 mila euro spesi fino a oggi su oltre 13 milioni destinati al progetto, il quale dovrebbe chiudere a dicembre di quest’anno, salvo proroghe. La Sardegna ha quindi ancora 11 milioni da spendere nei prossimi otto mesi per i 37 esperti assegnati.

 

Secondo i professionisti intervistati, il fallimento del progetto è dovuto all’incapacità italiana di progettare a lungo termine, alla mancanza di figure specializzate e alla poca flessibilità della pubblica amministrazione. Anche quando si è provato ad arginare questi problemi con l’assuzione di figure qualificate, i professionisti sono stati percepiti come un cavallo di Troia pronto a espugnare gli uffici pubblici e a complicare il lavoro, quando il loro obiettivo era esattamente l’opposto: «Avremmo dovuto aiutare a semplificare le procedure complesse, ma siamo finiti a smaltire direttamente l’arretrato, perché gli uffici regionali e comunali sono oberati», lamenta un’esperta siciliana. Sono nati persino dei dissapori con i dipendenti regionali, pagati meno per svolgere lo stesso lavoro dei professionisti esterni e poco propensi ad accettare cambiamenti. «Non c’era una visione d’insieme su come aiutare gli enti locali a ridurre l’arretrato», racconta ancora un’esperta emiliana, «neanche il dirigente generale ce l’aveva. Quindi la stessa raccolta dei dati è stata fatta male, chiedendo le informazioni sbagliate». Anche nelle riunioni plenarie tra Regione ed esperti non si pianificava nulla e mancava un ordine del giorno da discutere.

 

La mancanza di progettualità e visione emerge anche dall’analisi di altri progetti, come raccontato da IrpiMedia nella serie #LeManiSullaRipartenza, realizzata con il supporto di The Good Lobby Italia. La circonvallazione di Trento presentata da Rete Ferroviaria Italiana (Rfi) rientra a pieno titolo tra i fallimenti del Pnrr. Dopo essere stato ripescato tra vecchi progetti bocciati vent’anni prima, viene stralciato nella nuova versione del Pnrr presentata dal ministro Raffaele Fitto a dicembre 2023. Il progetto è passato da essere il fiore all’occhiello degli investimenti Pnrr in Trentino – 930 milioni su 1,68 miliardi totali – a opera sacrificabile «al fine di attuare alternative migliori per conseguirne il livello di ambizione originario», come si legge nella decisione di esecuzione del Consiglio europeo relativa all’approvazione della valutazione del piano per la ripresa e la resilienza dell’Italia. I fondi trentini sarebbe stati trasferiti sull’Alta Velocità Genova-Milano.

 

Stessa sorte è toccata ai 357 milioni investiti per il progetto di rinaturazione del bacino del fiume Po, unico investimento del Pnrr dedicato alla biodiversità e capitolato dopo l’opposizione di produttori agricoli, associazioni di categoria ed esponenti politici. Per gli assessori della Lombardia il progetto avrebbe penalizzato settori economici vitali per la Regione. Stessa preoccupazione della Coldiretti, per cui il piano avrebbe «letteralmente cancellato aree a forte vocazione agricola con un effetto devastante sulla produzione di cibo oltre che su quella di legname». La rinaturazione del Po avrebbe infatti limitato severamente l’uso dei pesticidi incidendo sulla pioppicoltura, molto attiva lungo gli argini del fiume. Più che generare sviluppo e richezza, il Pnrr sembra quindi confermare i vecchi interessi e le storiche criticità italiane. Quando ci sveglieremo nel 2026, sarà come non aver mai visto questi fondi passare da qui.

 

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